Storia

L’aumentato bisogno di manodopera a basso costo nella confederazione elvetica dopo la seconda guerra mondiale e il concomitante squilibrio economico, successivo al boom industriale in Italia, determina un’ondata di emigrazione in Svizzera da parte dei lavoratori italiani.

Dalla fine della guerra agli anni ’60 a emigrare in Svizzera sono soprattutto abitanti del Nord Italia, più vicini e preferiti dagli imprenditori ai lavoratori del Sud, poi invece, dal 1963 agli anni ’70 a spostarsi sono soprattutto i meridionali.

Il governo elvetico cerca fin da subito di controllare l’emigrazione limitandola ai lavoratori stagionali. Tale categoria, strettamente funzionale agli sbalzi dell’economia, ha però uno statuto poco favorevole risalente al 1948: non può spostarsi all’interno del territorio svizzero, né cambiare lavoro, ma è vincolata da chi l’ha assunta, che può licenziarla in qualsiasi momento. A questi lavoratori, non è inoltre concesso di portare con sé la famiglia (con l’accordo del 1948 per ottenere il permesso di domicilio occorrono dieci anni). I conseguenti problemi d’integrazione per i lavoratori e le tensioni con il governo italiano, che a più riprese domanda maggiori sicurezze per i suoi connazionali, portano ad un secondo accordo nel 1964, volto alla promozione dell’integrazione, in particolare con la legge sul ricongiungimento familiare, che riduce notevolmente gli anni di attesa per poter portare la propria famiglia con sé in Svizzera.

In seguito a questi nuovi accordi si scatenano però, in particolare nella Svizzera tedesca, opinioni xenofobe, causate dalla paura dell’inforestierimento (Überfremdung), che si teme possano prender piede a seguito dell’apertura all’integrazione degli stranieri.

Quest’atmosfera di tensione e di intolleranza pesa sui lavoratori italiani in Svizzera e sulle loro famiglie. Le difficoltà sono di tipo materiale, ma anche psicologiche. Gli emigrati, inseriti in una realtà ostile, moderna e industrializzata, molto diversa da quella cui son abituati, sentono la nostalgia dell’Italia, della loro famiglia e delle loro tradizioni, e desiderano, nella maggior parte dei casi, fare ritorno al più presto.

La chiesa diventa un’occasione per ritrovare la propria lingua, esprimere la propria fede e conservare le proprie tradizioni. Alcuni preti italiani si fanno emigrati tra gli emigrati in Svizzera e, creando una comunità cristiana, aiutano i loro connazionali a superare l’isolamento nel quale spesso essi si vengono a trovare. La Missione Cattolica Italiana nasce per superare queste difficoltà e quindi non si limita a fornire un mero servizio liturgico, ma, grazie a un forte impegno politico, mira a realizzare una comunità tra gli emigrati, una comunità degli emigrati e degli svizzeri, fratelli uniti nella stessa fede. La Missione non è una parrocchia nella parrocchia, ma una parte viva dell’unica comunità, che da un lato si fa ponte per superare il ghetto nazionalistico, ma dall’altra salvaguarda il cristiano non svizzero da una integrazione che sia solo assimilazione e causi la perdita della sua identità.

 

Il 29 aprile del 1969 il Missionario italiano Don Pino Panciera giunge a Kloten, dopo una prima esperienza a Bienne-Biel (BE), e viene ospitato in una stanzetta sulla Schulstrasse che fungerà da sua abitazione e ufficio. Con lui nasce la Missione Cattolica Italiana a Kloten, nel momento in cui la vecchia chiesetta è stata appena distrutta per lasciar spazio al nuovo centro parrocchiale.

 

Pian piano l’esigenza e le richieste degli immigrati dei paesi limitrofi portano all’accorpamento nella Missione Cattolica di Kloten anche di Rümlang, Bassersdorf, Regensdorf, Glattbrugg ed Effretikon.

 

Prende così il via l’attività pastorale di Don Pino, inizialmente solo, poi affiancato da altri Missionari, con la celebrazione delle messe, l’amministrazione dei sacramenti, le catechesi, la visita alle famiglie, l’assistenza sociale e caritativa, in Svizzera e nel mondo (Colombia, Thailandia, Bangladesh, Polonia, etc.), e la collaborazione con le parrocchie svizzere.

 

Sorge quindi la necessità di creare un Consiglio Pastorale di Missione a supporto delle molteplici attività.

L’intento originale è quello di creare una comunità che aiuti sé stessa a maturare, per questo la Missione non fonda proprie associazioni, ma favorisce un associazionismo libero, super partes, poiché la Missione è di tutti, in quanto tutti sono la Missione e la Chiesa e tutti formano la Comunità. La vita associativa libera, democratica, impegnata al servizio della comunità è uno dei punti di forza per la crescita umana e cristiana dell’emigrato.

 

Nascono pertanto intorno alla Missione associazioni varie: GOI, Gruppi sportivi, Comitato genitori, etc.

 

L’attività della Missione dedica fin dall’inizio speciali attenzioni al settore dell’infanzia e della scuola, in particolare al problema del ricongiungimento dei bambini con i loro genitori emigrati e alla loro integrazione nel sistema scolastico svizzero, favorendone l’apprendimento del tedesco. Molti figli di emigrati italiani, avendo vissuto i primi anni di vita in Italia o perché impossibilitati a frequentare asili nido locali a causa dei costi esorbitanti, sono costretti, a frequentare la scuola di integrazione a causa delle difficoltà linguistiche.

 

Grazie all’impegno di un comitato di mamme svizzere e italiane che affiancano Don Pino e al lavoro delle Suore Francescane di Santa Chiara, che lo gestiranno insieme al personale di servizio e al personale insegnante di lingua tedesca, il 3 settembre 1970 nasce a Kloten un asilo nido a prezzo contenuto per 30 bambini, figli di emigranti italiani. Successivamente l’asilo si chiamerà Piccolo Mondo, ospitando anche bambini di diverse nazionalità e confessioni.

 

Nel 2006 il nome Missione Cattolica Italiana viene cambiato in Missione Cattolica di Lingua Italiana, sottolineando (cfr. articolo di Don Pino sullo Stadt Anzeiger di Glattbrugg) la connotazione non politica, ma linguistica. Una Missione non per i cittadini della Repubblica Italiana, ma per i cittadini di lingua italiana residenti in Svizzera, includendo anche ticinesi, grigionesi e naturalizzati svizzeri. Un’offerta della chiesa per un pluralismo, senza intaccare l’unità della comunità parrocchiale.

 

Successivamente, anche la geografia della Missione viene modificata dalla creazione delle unità pastorali, che vedono Kloten e Bülach unite nell’unità pastorale Flughafen, includendo anche Wallisellen, e il passaggio di Effretikon all’unità pastorale di Winterthur.

 

Dal 2007 il nuovo Missionario di Kloten è Don Patryk Kaiser che ha collaborato, a partire dal suo arrivo in Svizzera, con Don Pino fino al momento del suo pensionamento. Don Pino a sua volta ha prestato ancora il suo generoso servizio in Missione fino a quando la sua salute l’ha consentito. Dal marzo 2015 riposa nel cimitero di Glattbrugg.

Nell’opuscolo celebrativo per i 25 anni della Missione, Don Pino definiva la nostra Missione adulta, capace di andare oltre la conservazione di ciò che esisteva sul piano pastorale, ma in grado di rievangelizzare la Missione sempre in più stretta collaborazione con le parrocchie e con i confratelli svizzeri. Oggi che siamo giunti alla celebrazione dei 50 anni della nostra Missione, oramai più che adulta, auguriamoci di vederla ancora prosperare, come auspicava Don Pino, sempre in più stretta collaborazione con la chiesa locale, fiduciosi nella possibilità di farlo, senza perdere la nostra identità culturale, anzi convinti di poter fornire il nostro fraterno contributo all’intera comunità parrocchiale.